POLDELMEMGO MASSIMO VENEZIA 2001

Galleria Totem-Il Canale
20 Ottobre 27 Novembre

Le scale mi hanno sempre affascinato, fin da quando –bambino– scendevo a rotta di collo le rampe elicoidali del palazzo in cui vivevo, e in qualsiasi gioco pochi gradini bastavano per dare accesso a una dimensione ulteriore, fantastica.

scal acciaio inox e vetro H 420CMLe scale create da Massimo Poldelmengo, che mi affascinano oggi, pretendono certo una differente prospettiva di analisi: gli inserti di cristallo nei loro pioli non parlano della scarpetta di Cenerentola e ognuna di esse ha concretamente poco a che vedere con l’architettura; sono forme impraticabili, inseguite con il pensiero e fabbrilmente create a partire da un dato concreto e da una funzione effettiva che nella realizzazione finale vengono negati e distorti.

Sono  opere che trovano la propria autentica ragione d’essere non tanto in intenzioni provocatorie –che oggi troppo spesso denunciano differenti matrici e comune superficialità– o in visioni surreali, quanto (per restare aderenti a una terminologia storico-artistica) in un essenziale “manierismo”, intimamente espresso dalla loro esaltazione dello squilibrio: le scale incurvate esposte all’inizio di quest’anno alla Galleria Sagittaria di Pordenonescala acciaio inox e vetro particolare erano degli archi rampanti appoggiati alle pareti, che nella loro suadente inutilità –privi com’erano di una forza da controbilanciare– mi richiamavano alla mente la metafisica spirale di gradini ideata da Pontormo per il suo Giuseppe in Egitto, altrettanto nitida strutturalmente e di consistenza puramente formale; e la grande scala intorno a cui si articola ora la mostra alla Galleria Il Totem di Venezia respira anch’essa, sorta di lungo accento circonflesso, la precarietà delle fragili e pretestuose costruzioni pittoriche cinquecentesche di Perino del Vaga o Francesco Salviati, mentre nelle fotografie altre scale dallo sviluppo più canonicamente diagonale accalcano i propri spezzoni come quelle che Rosso Fiorentino affastella intorno alla croce nelle sue Deposizioni.

 

tecnica mista su stampa lamda fissata su acciaio inox, 156x79C

 

A un tale oggetto della rappresentazione molto si può chiedere e attribuire dal punto di vista simbolico. Senza inoltrarsi nei dedali delle interpretazioni filosofiche ed alchemiche, basti allora rilevare come la scala conservi oggi, comunque, un ruolo di sottolineatura dell’esistenza d’una pluralità di dimensioni, di un sopra e di un sotto: il che non è poco, in un’epoca in cui pare non si possa che correre in piano, livellando ogni asperità (anche perché altrimenti si inciampa, mentre si procede a testa bassa osservando andare e venire gli “sms” sul display del cellulare…).

 

tecnica mista su stampa lamda fissata su acciaio inox, 34x34C

 

Mi piace dunque leggere queste opere di Poldelmengo come la riscoperta –per nulla scontata– di uno spessore, fisico e mentale: quello di singoli scalini e gradoni che nelle fotografie egli osserva con una consapevolezza del particolare degna del cinema di Bresson, isolando dettagli che paiono concentrare in sé il peso storico della realtà nell’esaltazione del materiale, di cui cogliamo la rugosa bellezza segnata dallo scorrere del tempo, l’emozione di superficie (che all’artista non richiede, a differenza di quanto avvenuto in altre occasioni, corposi interventi pittorici a posteriori sull’immagine fotografica).

È un procedimento nel quale si contempla anche la scoperta di geometrie che la visione generalizzata ottundeva e che subito vengono distorte alla ricerca di un esito formale nuovo, indipendente. Come accade negli artisti dello sperimentalismo anticlassico rinascimentale, la prospettiva viene forzata, facendone la forma simbolica di un diverso approccio al reale, inquieto e disincantato al contempo: le scale perdono progressivamente i loro connotati funzionali, per trasformarsi in onirici saliscendi in un’ottica rovesciata in cui proprio l’elemento lineare-prospettico, nel combinarsi di ingrandimenti e specularità, diviene spiazzante, inutile a percepire razionalmente gli spazi. Nell’immagine ci si addentra come potremmo fare negli intrichi di diagonali dei rilievi padovani di Donatello o delle incisioni di Piranesi, ma subito ci si ritrova smarriti come accade in un disegno di Escher… Ovvero come spesso accade nella nostra quotidiana dimensione esistenziale.

 

tecnica mista su stampa lamda fissata su acciaio inox, 34x34CM

 

L’effetto di astrazione risulta amplificato, si diceva, dal duplicarsi del soggetto, secondo un gioco di specchi che non è inedito nella produzione di Poldelmengo, ma che appare qui un inevitabile, specifico tributo a Venezia ed ai suoi canali, dei cui riflessi i migliori artisti ed architetti attivi in laguna hanno sempre saputo tener conto.

A Venezia, infatti, si sale e si scende dall’acqua: dai gradini muschiosi degli attracchi, dalle rampe dei ponti che la scavalcano, dalle scalinate di chiese come la Madonna della Salute che sul progressivo, chiaroscurale emergere dei loro volumi dal baluginio delle acque misurano e costruiscono le proprie ambizioni di monumento. Non sarà allora un caso se proprio sulla Salute Poldelmengo punta il suo obiettivo per alcune di queste ultime opere e se la sua grande scala di acciaio e vetro è stata pensata per una stabile collocazione a ridosso del canale, lambita dallo sciabordio delle onde: è lì che il suo flettersi può meglio tradurre l’incresparsi dell’acqua, prolungare la liquidità del riflesso nelle inattese trasparenze del materiale.

 

tecnica mista su stampa lamda fissata su acciaio inox, 34x34C

 

È una scala, questa, che non ci condurrà mai a nulla di preciso, che ci farà sentire perennemente in bilico, come i personaggi di Veronese abbarbicati ai precipitevoli dislivelli dipinti sul soffitto di San Sebastiano. È una scala che si incurva, levigata, esplicitando la propria identità di forma e non di oggetto funzionale; ed anche la sua forma pare non volersi fissare in termini codificati, ironico simbolo –forse– di passi che non vogliono ricalcare orme date, in un sentimento allegramente sveviano di compiacimento per la propria salutare inadeguatezza ai più rigidi meccanismi sociali (un sentimento che a Venezia, deo gratias, aleggia costante). È inutile ed impertinente come la scala lungo la quale arrancano Laurel & Hardy, spingendo una pianola, nel geniale The music box; è poetica e luminosa come la scala che accompagna l’apparire del “passo morbido e slittante” di Madame Chauchat nella Montagna incantata di Thomas Mann; è disorientante come le scale che sale e scende il K. del Processo alla ricerca di una spiegazione tragicamente negata del proprio destino…

Suggestioni e ricordi possibili sono tanti, e personali; quel che importa è che l’opera in grado di suscitarli si qualifica –e merita d’essere vissuta– come un luogo dello spirito.

Fulvio Dell’Agnese

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