POLDELMEMGO MASSIMO VENEZIA 2001
Galleria Totem-Il Canale
20 Ottobre 27 Novembre
|
Sono
opere che trovano la propria autentica ragione d’essere non tanto in
intenzioni provocatorie –che oggi troppo spesso denunciano differenti
matrici e comune superficialità– o in visioni surreali, quanto (per
restare aderenti a una terminologia storico-artistica) in un essenziale
“manierismo”, intimamente espresso dalla loro esaltazione dello
squilibrio: le scale incurvate esposte all’inizio di quest’anno alla
Galleria Sagittaria di Pordenone
A un tale oggetto della rappresentazione molto si può chiedere e attribuire dal punto di vista simbolico. Senza inoltrarsi nei dedali delle interpretazioni filosofiche ed alchemiche, basti allora rilevare come la scala conservi oggi, comunque, un ruolo di sottolineatura dell’esistenza d’una pluralità di dimensioni, di un sopra e di un sotto: il che non è poco, in un’epoca in cui pare non si possa che correre in piano, livellando ogni asperità (anche perché altrimenti si inciampa, mentre si procede a testa bassa osservando andare e venire gli “sms” sul display del cellulare…).
Mi
piace dunque leggere queste opere di Poldelmengo come la riscoperta –per
nulla scontata– di uno spessore, fisico e mentale: quello di singoli
scalini e gradoni che nelle fotografie egli osserva con una consapevolezza
del particolare degna del cinema di Bresson, isolando dettagli che paiono
concentrare in sé il peso storico della realtà nell’esaltazione del
materiale, di cui cogliamo la rugosa bellezza segnata dallo scorrere del
tempo, l’emozione di superficie (che all’artista non richiede, a
differenza di quanto avvenuto in altre occasioni, corposi interventi
pittorici a posteriori sull’immagine fotografica). È
un procedimento nel quale si contempla anche la scoperta di geometrie che
la visione generalizzata ottundeva e che subito vengono distorte alla
ricerca di un esito formale nuovo, indipendente. Come accade negli artisti
dello sperimentalismo anticlassico rinascimentale, la prospettiva viene
forzata, facendone la forma simbolica di un diverso approccio al reale,
inquieto e disincantato al contempo: le scale perdono progressivamente i
loro connotati funzionali, per trasformarsi in onirici saliscendi in
un’ottica rovesciata in cui proprio l’elemento lineare-prospettico,
nel combinarsi di ingrandimenti e specularità, diviene spiazzante,
inutile a percepire razionalmente gli spazi. Nell’immagine ci si
addentra come potremmo fare negli intrichi di diagonali dei rilievi
padovani di Donatello o delle incisioni di Piranesi, ma subito ci si
ritrova smarriti come accade in un disegno di Escher… Ovvero come spesso
accade nella nostra quotidiana dimensione esistenziale.
L’effetto di astrazione risulta amplificato, si diceva, dal duplicarsi del soggetto, secondo un gioco di specchi che non è inedito nella produzione di Poldelmengo, ma che appare qui un inevitabile, specifico tributo a Venezia ed ai suoi canali, dei cui riflessi i migliori artisti ed architetti attivi in laguna hanno sempre saputo tener conto. A Venezia, infatti, si sale e si scende dall’acqua: dai gradini muschiosi degli attracchi, dalle rampe dei ponti che la scavalcano, dalle scalinate di chiese come la Madonna della Salute che sul progressivo, chiaroscurale emergere dei loro volumi dal baluginio delle acque misurano e costruiscono le proprie ambizioni di monumento. Non sarà allora un caso se proprio sulla Salute Poldelmengo punta il suo obiettivo per alcune di queste ultime opere e se la sua grande scala di acciaio e vetro è stata pensata per una stabile collocazione a ridosso del canale, lambita dallo sciabordio delle onde: è lì che il suo flettersi può meglio tradurre l’incresparsi dell’acqua, prolungare la liquidità del riflesso nelle inattese trasparenze del materiale.
È
una scala, questa, che non ci condurrà mai a nulla di preciso, che ci farà
sentire perennemente in bilico, come i personaggi di Veronese abbarbicati
ai precipitevoli dislivelli dipinti sul soffitto di San Sebastiano. È una
scala che si incurva, levigata, esplicitando la propria identità di forma
e non di oggetto funzionale; ed anche la sua forma pare non volersi
fissare in termini codificati, ironico simbolo –forse– di passi che
non vogliono ricalcare orme date, in un sentimento allegramente sveviano
di compiacimento per la propria salutare inadeguatezza ai più rigidi
meccanismi sociali (un sentimento che a Venezia, deo gratias, aleggia
costante). È inutile ed impertinente come la scala lungo la quale
arrancano Laurel & Hardy, spingendo una pianola, nel geniale The music
box; è poetica e luminosa come la scala che accompagna l’apparire del
“passo morbido e slittante” di Madame Chauchat nella Montagna
incantata di Thomas Mann; è disorientante come le scale che sale e scende
il K. del Processo alla ricerca di una spiegazione tragicamente negata del
proprio destino… Suggestioni e ricordi possibili sono tanti, e personali; quel che importa è che l’opera in grado di suscitarli si qualifica –e merita d’essere vissuta– come un luogo dello spirito. Fulvio Dell’Agnese |
info: axiom@libero.it