Testi di:

 

Bruno Corà '89

 

Luigi Meneghelli '89

 

Enzo Di grazia '94

 

Angelo Bertani '95

 

MariaCampitelli '96

 

Fulvio Dell' Agnese '99

 

Nicoletta Battaggia '01

 

 


 


( 1989 )

" Poldelmengo esercita l'elemento della temporalità rallentandone e accellerandone gli intervalli, attraverso le operazioni stesse della fattura dell'opera. Così le lamiere assunte come supporti sono prima arruginite, acidate, lucidate, ricoperte col vetro in talune porzioni e poi dipinte, salvo la zona che resta in evidenza di naturalità , sottovetro.

La fotografia per Poldelmengo è un mezzo di rilevamento capace di fissare tale temporalità istantanea consentendogli di ripartire come fondamento verso un nuovo lavoro.
Il procedimento costruttivo e poi di decostruzione è sviluppato tenendolo ancorato alla memoria; "Certe misure le uso come qualcosa che è mio" e che egli ripete in modo equivalente. Per questa costante biometrica interiorizzata, il diametro di una forma circolare in vetro s'eguaglia alla larghezza di una lastra di ferro casualmente rinvenuta. La misura di una pietra ben scelta, tra molte altre, condiziona e detta le misure delle scatole di vetro contenenti ogni ulteriore materiale scelto per una sequenza d'immagini. "

Bruno Corà
( dal catalogo "Soprallughi" 1989 )

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( 1989 )

Massimo Poldelmengo parte dal concetto che ogni oggetto (anche il residuato, il detrito dell'industria) è formato da un universo di materia e di energia. Non è infatti segno di vitalità quella ruggine che come un'irritazione minimissima si deposita sulle lamiere? Non è metafora di resurrezione quel "vuoto-luce" dato dalle acidazioni.

Il lavoro di Poldelmengo se non è progettuale è certamente processuale, scandito da un ritmo operativo dettato dai materiali stessi. Perché una volta conseguito questo stadio del ferro (lambito dalle intemperie o dalla chimica) egli ricopre delle parti con il vetro e dipinge tutto il resto. È un atto che pare definire un'idea di zona del distacco e dell'intimità da opporre a quella di luogo aperto e tangibile. Vengono allora in mente le parole di Robert Musil, riprese da Lo Savio per introdurre i suoi pensieri sullo "Spazio-luce", e cioè: le immagini si dividono in due gruppi opposti, il primo deriva dall'essere circondati dagli eventi e l'altro dal circondarli... "Essere dentro una cosa e guardare una cosa da fuori". Lo Savio applicava questo discorso allo studio sulla luce, sull'origine mistica della vita , sull'essenza delle cose.

La ricerca di Poldelmengo sembra fondarsi invece su una sorta di infinita interrogazione linguistica.

Il vetro indica una separazione dai propri stessi atti, una sottrazione alla loro inquinazione o una ostentazione delle precedenti violazioni? È l'accerchiamento di un campo di primitivi trasalimenti o una ostruzione intimidatoria; una contrazione, uno spasimo o una apertura, una spazialita?

Le domande potrebbero continuare, come del resto continua l'opera di Poldelmengo con la fotografia che fissa il lavoro eseguito, per avviarne invariabilmente un altro.

L'immagine comunque, alla fine, sta sempre come in una sorta di assenza di gravità, si stacca quasi, per galleggiare davanti agli occhi e far acquistare una totale deviazione di senso e di percezione alla materia d'avvio.

Luigi Meneghelli
(da "FlashArt" n. 158)

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(1994)

... Sulle superfici possenti, finestrelle scandite armoniosamente riquadrano trasferimenti manipolati di fotografia, con altri elementi lineari e geometrici che approfondiscono il senso della geometria programmata con possibilità di cadenza ritmica ed elegante di vuoti e pieni, di masse compatte e di "scale" di frammentazione. Da un altro lato, la lezione dell'arte povera viene decisamente superata nell'interpretazione di Massimo Poldelmengo che, recependone solo l'indicazione della possibilità di riutilizzare materiali di scarto industriale per costruire liriche elaborazioni astratte, finisce per manipolare ferro e vetro con sensibilità assai classica.

La forza intima della lamiera di ferro viene sfruttata per dare alla scultura plastica corposità; ma, al tempo stesso, le variazioni cromatiche che l'ossido, il tempo e la manipolazione hanno determinato, finiscono per assicurare movenze di ariosità e di leggerezza...

Enzo Di Grazia
Da " Messaggiero Veneto " Pordenone 07/07/94
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( 1995 )

L'arte di Massimo Poldelmengo pone in relazione dialettica gli opposti: la solidità del ferro con la fragilità del vetro, la chiarezza dell'impianto formale con la sensibilità poveristica per la materia, l'opacità con la trasparenza. La dimensione in cui l'artista colloca tale rapporto dialettico tra gli elementi è quella di una temporalità virtuale (i materiali di cui è fatta l'opera paiono sensibili alle metamorfosi corrosive) la quale però non intacca, anzi esige, la saldezza formale dell'opera. Infatti spesso i lavori di Poldelmengo fanno riferimento a strutture geometriche semplici (il quadrato, il rettangolo, il triangolo); tuttavia tale saldo nesso viene utilizzato per contrasto, per meglio mettere in campo, attraverso il ricorso al legno combusto o alla pellicola tormentata dagli acidi, l'idea di precarietà, di mutazione, di labilità.

Ecco dunque che le opere di Massimo Poldelmengo si fanno notare innanzitutto per la loro ostensione totemica, quasi sacrale: ma la loro essenza, a ben vedere, sta proprio nel contrasto interno che le anima.

Angelo Bertani
(dal catalogo "Hicetnunc" 1995)

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( 1996 )

Il lavoro del pordenonese Massimo Poldelmengo insiste principalmente su due nodi operativi su cui riverbera un ineludibile assunto concettuale. Il primo riguarda i materiali impiegati tra loro contrastanti e cioè di estrazione naturale da un lato, come il ferro, il legno, il vetro; il mattone, caldo, poroso e corroso usato per il "contenitore temporale", 1'acqua; e d'altra parte 1'intervento della pellicola fotografica, con stampe segnate e ridefinite pittoricamente - tracce di un fare che modifica la riproduzione meccanica - le impronte fotocopiate, per non parlare dei tubi fluorescenti. Un risvolto  tecnologico/industriale dunque che s'innesta sui materiali di
radice naturale, come per registrare la complessità caotica di verità ed artificio entro cui ci muoviamo ed operiamo. Il secondo punto coinvolge una modalità processuale che cattura ed imprigiona il tempo: il discorso di fondo è di natura temporale ed autoreferenzlale. Nel senso che il lavoro di Poldelmengo si sviluppa procedendo da un'opera all'altra con interni legami ombelicali, se così si può dire, in quanto un'idea, un frammento visivo appartenente ad una determinata realizzazione ricompare in un'altra successiva, però con diversa collocazione e funzione.È come una catena che lega i singoli interventi facendoli crescere attorno ad alcune matrici, che ripetendosi, dichiarano la loro necessità nel percorso mentale che guida l'opera.

La ricerca si coagula su alcuni passaggi per una ricognizione delle condizioni materiche (e questo è certamente un aspetto molto radicato nella processualità di Poldelmengo) che ribadiscono alcuni modi di essere paradigmatici della materia stessa: ferro arrugginito quindi con una modificazione naturale, ferro trattato in modo' che la superfice riverberi di mobili riflessi, come una texsture ferro dipinto. Varianti dello stesso progetto strutturale che evidenziano stadi diversi nell' oscillazione tra naturalità e interventi imposti. Il "contenitore temporale" risulta comunque un' opera emblematica, perché questa specie di piccolo pozzo di mattoni antichi e slabbrati, colmo d' acqua, contiene nel suo cavo il progetto del lavoro per concludersi con una lucida cornice lignea, emergente, come il bordo di un monitor entro cui galleggia 1'immagine sintetica. Il rimando al video negato di fatto dalla naturalità dei materiali, emulato nell'indefinizione dell'immagine per via della mobilità dell'acqua, e della profondità in cui g è calata rispetto al pelo della superficie, richiama la cultura dell' artista, fondata all'Accademia di Venezia sull' insegnamento di Fabrizio Plessi. Ma il lavoro non finisce qui; secondo il processo sopra
accennato, si espande in immagini del contenitore - riportate su pellicola fotografica - modificate attraverso i segni disgregatori che Poldelmengo vi appone. Fissate comunque entro la medesima cornice, alias monitor, anche qui con una profondità, in quanto tra la pellicola di superficie e il fondo c' è un vuoto che favorisce la proiezione dell'ombra dell'immagine, con ambigui giochi di sdoppiamento.
L'idea del progetto cacciato in fondo all'acqua è riciclata in forma più attutita; cresce e si moltiplica in un ciclo che sembra parafrasare un concetto evolutivo proprio degli organismi viventi.
Questa impostazione, con la varietà dei materiali in opposizione, questo ritorno ciclico delle immagini e dei riferimenti, dalle apparenze però modificate, può far pensare alla teoria della complessità, alla necessità di un eco-sistema, in cui si svolgono le connessioni atte a sviluppare ciò che sta fuori e dentro di noi, in legami' consequenziali che negano 1'isolamento.

Anche una delle opere più recenti di Poldelmengo, una grande struttura sorretta su gambe metalliche, con i mattoni, nella parte superiore del "contenitore" distrutto per reincarnarsi in questa nuova forma sembra ribadire questo orientamento, dove il tempo resta comunque il fattore
irriducibile entro cui si dipana il diramato percorso della mente.

Maria Campitelli

( dal catalogo "Nuove Contanimazioni" 1996 )

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(1999)

Massimo Poldelmengo. Lo Spazio Rigenerato

Può accadere che un luogo storicamente sedimentato, irrigidito in rapporti strutturali, volumetrici e decorativi fissati dall'avvicendarsi dei secoli e degli artefici, rimetta in moto i suoi equilibri grazie ad elementi che si inseriscono in esso ri-creandone gli spazi, offrendo nuove variabili allo schema delle coordinate percettive.

È un meccanismo simile quello che Massimo Poldelmengo ha saputo innescare alcuni mesi orsono nella chiesa di San Lorenzo, a San Vito al Tagliamento, con la sua installazione Lustrale: una descrizione analitica ne dovrebbe parlare come di tre grandi vasche circolari di metallo, sospese a cavi d'acciaio impercettibili nella oscurità della navata, che celavano sul
fondo silhouettes tatuate di allusioni simboliche ai processi di rigenerazione spirituale e della materia; la visione poetica che ne scaturiva si spingeva però oltre, era quella di un angelo affrescato cinquecento anni fa su un archivolto il quale contemplava le vasche dall'alto e pareva suscitare con un battito d'ali la loro oscillazione, lieve nella penombra, muta
ma sacrale come il rintocco di una campana o l'eterno ritorno di un enorme pendolo-turibolo, il cui fumo d'incenso restasse imprigionato sotto il piano speculare dell'acqua.

Contemporaneamente a quell'intervento sono nate alcune delle opere esposte in questa occasione, insieme ad altre legate all'intervento precedentemente attuato nel contesto del borgo rurale di San Foca -dove ad accogliere i sintagmi di ferro e legno, acqua vetro e mattoni, realizzati dall'artista erano stati gli ambienti più neutri di uno stabile comunque intriso della storia, del sapore di quei luoghi-. Sono "progetti" che
nascono con dignità autonoma rispetto alle installazioni, al punto che alcuni si presentano come contaminazioni fra quanto concretamente realizzato e quanto poteva essere, proiezioni virtuali di un'idea plastica. E si tratta di opere di primo acchito difficilmente definibili secondo le categorie classiche, intessute come sono di media tecnologici e piani espressivi
diversi, dalla fotografia all'intervento pittorico (nel quale Poldelmengo ripropone tinte metalliche a metà fra le ruggini dei suoi ferri e gli argenti delle emulsioni fotografiche), dal riflesso progettuale all'ulteriore sovvertimento creativo di proporzioni e spazi attraverso la manipolazione dell'immagine in fase di stampa -attraverso il computer- e nei momenti
successivi, quando con pochi guizzi di pigmento la luce di una finestra o i freddi fari d'un interno di chiesa si trasformano in bagliori piranesiani.

Quel che appare chiaro in questi interventi è che la loro originalità ha ormai superato ogni forma di polemica rottura con la tradizione, di durezza esibita nella scelta trasgressiva di tecniche e materiali che ha connotato alcune delle opere d'esordio di Poldelmengo. La sua meditata "modernità" nulla ha in comune con la superficialità (anche artistica) di un'epoca
intossicata da quello che un filosofo-urbanista contemporaneo ha definito «inquinamento dromosferico», da velocità, a cui va addebitata la palese e «inquietante squalifica della profondità di campo» dello spazio, fisico e mentale, in cui ci muoviamo; lo dimostra l'idea stessa di una trasposizione -che è più propriamente realizzazione parallela- delle Vasche lustrali o
dei Contenitori temporali su di un piano "pittorico", a indagarne ulteriori capacità espressive e di penetrazione -ovvero ibridazione- culturale. Terreni, questi, sondabili in forza dello spessore di tali "installazioni" -di cui queste opere recenti di Poldelmengo rappresentano nel contempo
scaturigine comune e alternativo approdo-, che non sono (come oggi spesso accade nelle più conclamate giostre espositive) puri impianti ludici, né teoremi o crittogrammi privi di corpus formale, ma autentiche sculture, organismi plastici che non mancano mai di manifestare una sorta di misura classica, una tendenza interna ad equilibri in grado di assorbire interventi pittorici e vibrazioni musicali; sculture modernissime ma antiche nella loro capacità di ridurre a sé gli spazi circostanti, facendosi cassa di risonanza, visibile espressione di tensioni o equilibri sommessi, impliciti, che correvano sottopelle lungo pareti dagli intonaci affrescati o comunque
segnati da un tempo che corrode, ma senza il quale tutto si appiattisce.

La dimensione cronologica sopita viene così ridestata e il suo humus torna ad essere plasmato nell'elaborazione grafica, in cui l'artista può misurare, sull'arco disegnato da una scala curva che diventa elemento di scansione del ritmo, la distanza del proprio mondo poetico da ogni «rischio d'esaurimento delle distanze di tempo e, dunque, minaccia di inerzia».

* Le citazioni sono tratte da Paul Virilio, La velocità diliberazione, Roma 1997.

Fulvio Dell'Agnese

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Le scale di Massimo Poldelmengo

Pordenone. Le fredde sale della galleria Sagittaria ospitano fino al 1 aprile una mostra poetica e sinestetica, segno di una sensibilità sottile e magica, che riesce a parlare simultaneamente con linguaggi diversi. "Ridurre!" Avrebbe detto Klee: la riduzione è lo stato primario della creazione, immagine e immaginazione assieme, osservatore e osservato. La mostra di Massimo Poldelmengo attraversa delicatamente un ciclo ascendente. Le tre scale, metafore del suono e della creazione, si stendono verso l'alto con fredda laconicità, ma dentro esse contengono gli elementi della terra (il legno) dell'anima (il vetro), della realtà (la pietra). A questi elementi verticali e curvi, che disegnano e designano la forma nella sua essenza verticale, si accostano delle larghe scatole metalliche, dei "Contenitori Materici"- come suggerisce lo stesso artista - che, alludono allo spazio orizzontale della trasformazione all'interno della quale l'essenza si trasforma, allontanandosi verso l'alto della creazione.
Le scatole sorreggono un neon, decorato con le immagini di ciò che la scatola contiene, è una luce che tende al bianco, ovvero a ciò che (come sottolinea Angelo Bertani nel catalogo della mostra) "al significato che potrà liberarci dalla dimensione opaca della materia". La terza scala rimane isolata. È una scala completamente lignea che procede con una dolce devianza, della quale ci viene raccontata la nascita materiale e prima ancora la delicata scelta fra le ombre di un bosco. Poldelmengo, seduce e affascina sostenuto dalla musica di Massimo De Mattia e Teho Teardo che scorre fluida dietro le immagini e sopra le superfici curve delle sue installazioni.

Nicoletta Battaggia,
Art & Job Magazine 2001

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