Massimo Poldelmengo
Scale / Ladders

installazione Galleria Sagittaria Pordenone
17 Febbraio - 1 Aprile 2001
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TEMPO,
MATERIA E ARCHETIPI NELL’OPERA DI MASSIMO POLDELMENGO. Per
me l’arte e la vita sono tutte e due una questione di durata.
Non desidero far morire l’arte come non desidero far morire la
vita. La più grande arte sarebbe quella di far vivere la vita sempre.
Michelangelo
Pistoletto
Il cuore della mostra è costituito dalla sala principale, che
deve essere intesa come un’unica opera organica. Nello spazio
espositivo, delimitato da pareti bianche, sono collocate quattro scale
curve a pioli. La prima è in legno ed appoggiata contro la parete che
si trova quasi di fronte all’entrata. Le altre tre sono fatte di una
struttura in acciaio inox che trattiene al proprio interno, a seconda
dei casi, legno brunito, mattoni, vetro;
queste tre scale si appoggiano alla lunga parete di destra
secondo una scansione ben calibrata. Sul pavimento della sala, in alcuni
punti cruciali, l’artista ha posto poi tre bassi parallelepipedi in
metallo che egli significativamente
ha voluto chiamare Contenitori materiali: due di essi includono gli elementi inglobati
nella struttura delle scale in acciaio corrispondenti, uno racchiude del
carbone, ma tutti e tre sono percorsi lungo la linea mediana da un neon
cui aderisce una pellicola fotografica. Infine sulla parete sinistra
della galleria sono collocati i disegni progettuali dell’intera
installazione.
La
forma stessa della scala, tanto usata da Massimo Poldelmengo fin dalle
prime opere, richiama inevitabilmente i molti significati simbolici
legati all’idea del
procedere verso l’alto, quali ad esempio il progredire da uno
stato più basso di conoscenza ad uno stato più elevato o il
distaccarsi dalla dimensione della materia inerte verso quella della
vita spirituale. Questi due riferimenti simbolici possono essere intesi
tanto in senso genericamente contemplativo quanto in senso alchemico: ed
è proprio quest’ultima via interpretativa che qui si rivela più
produttiva. Del resto va ricordato che da molti secoli il processo
artistico si identifica con il processo di conoscenza perseguito
dall’alchimia, se non altro perché, come ricordava Jung, i simboli
della cosiddetta “Grande Opera” corrispondono a momenti ricorrenti
dell’immaginazione, agli archetipi dell’inconscio collettivo, e
molta arte d’oggi continua a farne largo uso.
Da tale punto di vista interpretativo possiamo allora meglio considerare il fatto che le scale realizzate da Massimo Poldelmengo hanno sette pioli. E’ noto che il sette è un numero ritenuto magico e corrisponde anche alle sette operazioni di cui si compone la prima fase dell’opus alchemica, proprio quella rappresentata dalla celebre Melancolia I di Albrecht Dürer (1514), ovvero da una delle più alte allegorie del processo artistico. E però Poldelmengo si serve della simbologia tradizionale legata al numero sette, ma ne amplia il significato in termini eminentemente contemporanei. Infatti le sue scale non sono una rappresentazione grafica, non sono nemmeno degli emblemi, sono invece oggetti artistici collocati in uno spazio espositivo e si appoggiano alle pareti bianche della galleria: poggiano dunque sulle superfici stesse dello spazio artistico, sulle convenzioni che danno valore all’opera, sugli interrogativi che esse pongono. E’ su queste Scale (dai sette fatidici pioli) che deve pur sempre ascendere l’arte: alla ricerca del bianco, di una nuova liberazione, di una più intensa bellezza.
Tuttavia, non per caso, le scale che Poldelmengo ha posto in
campo sono curve. Quella di legno è stata costruita da un falegname di
Sitran, un paese del bellunese: egli, su precisa indicazione
dell’artista, si è servito di un albero che era cresciuto curvo in
quanto, posto com’era su un pendio, aveva diretto le sue chiome verso
il sole. Ecco allora che già in questa scelta iniziale di Poldelmengo
risultano evidenti puntuali riferimenti alla luce solare, alle sue
diverse simbologie (direttamente o indirettamente alchemiche) e
di conseguenza al processo di crescita, di sviluppo (ovviamente
con i necessari richiami metaforici). Ma c’è di più. La curvatura di
questa scala in legno
rappresenta anche la forma assunta dal tempo, ovvero quello della
crescita naturale dell’albero: e un tempo curvo, parabolico, forse
anche ciclico, risulta molto più significativo e
più vicino alla nostra sensibilità contemporanea che non il
tempo rettilineo della modernità, della fiducia assoluta nel progresso,
delle “magnifiche sorti e progressive”.
Alla
prima, quella in legno, Poldelmengo ha poi affiancato altre tre scale
dalla struttura in acciaio inox, materiale pressoché
inalterabile. Il numero tre, numero perfetto per eccellenza, corrisponde
allegoricamente al divino, all’invisibile, ma è ancora più
interessante osservare che queste scale inglobano nella loro struttura
degli elementi altamente simbolici proprio in quanto trasformati od
originati dal fuoco: il legno che ha iniziato a trasformarsi in carbone,
la terra che è diventata mattone, la silice che ha dato origine al
vetro.
Due
di questi stessi elementi simbolici, la terra-mattone e la silice-vetro,
li ritroviamo racchiusi anche nei Contenitori materiali posti sul pavimento. Il terzo elemento, il
legno brunito, è qui sostituito dal carbone fossile, materiale che
ancor meglio evoca il fuoco e la sua forza al tempo stesso distruttiva e
generativa. Risulta dunque evidente che i Contenitori
materiali sono i crogioli in chi deve avvenire il processo
metaforico di trasformazione della materia, proprio della creatività
artistica. Attraverso l’artificio umano (ovvero il fuoco dell’arte,
qui evocato per via metonimica dal carbone e dalla luce del neon) la
terra e la silice sono state trasformate in due elementi culturali
(mattone e vetro), l’uno per eccellenza costruttivo, l’altro per
eccellenza evocativo. Però tale processo di sublimazione viene anche
dialetticamente contraddetto nella stessa opera in quanto non può che
essere precario,
come stanno a significare i mattoni e il vetro ridotti a
frammenti. Tutto questo porta ad osservare che in realtà i Contenitori
materiali a livello metaforico fanno riferimento al ciclo perenne di
costruzione e distruzione, di nascita e morte, a cui sono sottoposti
tanto la natura quanto la cultura. Comprendiamo allora che lo
svolgimento dell’opus e
il procedimento stesso dell’arte definiscono in tal modo il
proprio ciclo tornando all’origine. Infatti le Scale,
rapportandosi a quei crogioli, rappresentano sotto forma di oggetto
finito lo stadio momentaneamente conclusivo di un processo che tende al
bianco, all’albedo, al
significato che potrà liberarci dalla dimensione opaca della materia.
Tuttavia la stessa curvatura anomala di quegli oggetti (così come
l’originale interpretazione della scala musicale elaborata per
l’occasione da Massimo De Mattia e Teho Teardo ) ci avverte che quel
processo può
portare
solo a risultati provvisori, contingenti, che devono essere
continuamente rivisti, riconsiderati, rifondati. Del resto questo è
vero per
l’arte così come
per la vita. |